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diario da Bangkok – giorno 3

14 agosto 2011

… continua da qui (prima parte) e qui (seconda parte).

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Bangkok, giorno # 3 (in breve)
Lunedi, 13 giugno 2011 20:31

Ancora una volta succede: sto passeggiando per la città, felice e senza alcuna preoccupazione al mondo, e ovunque intorno a me ci sono turisti biondi in stato d’angoscia, che guardano mappe, chiedono indicazioni. Io so dove sto andando, loro sono completamente persi.

Mi viene in mente, infine, che è la passeggiata che fa la differenza. Io sto vagando, non sto cercando di arrivare da nessuna parte, motivo per cui non mi sono persa. Ma più ci penso e più sembra che le due cose si combinino in modo molto più elementare; che la città-come-superficie sia una città che richiede il passeggiare, e che la città-come-linee esiga l’escursione mirata. Non c’è alcuna possibilità di vagare per una città costruita intorno a strade lineari (città australiane, inglesi, e immagino americane) – non si può scantonare a caso, molto semplicemente, perché ci si trova immediatamente fuori dalla linea principale, e in periferia. È possibile fino a un certo punto nelle loro parti centrali dal tessuto compatto, ma anche allora l’emozione sta principalmente nel movimento lineare o trasversale (portici, vicoli) – nell’arrivare da A a B, su larga scala. D’altra parte, una città che è una fitta rete di stradine, corti e piazze, come Bangkok o Venezia o Spalato, è una città dove si può girare nella stessa area per parecchio tempo prima di doverne ripercorrere un tratto. In altre parole, vagare non è solo il modo migliore per vivere un tale tessuto urbano, è anche il modo migliore per arrivare a conoscerlo. Una volta che hai percorso tutte le strade e fatto il maggior numero di connessioni possibili, conosci la zona. L’hai acquisita.

Estrapolando da questo, capisco che gli americani / australiani / inglesi abbiano tanta difficoltà a passeggiare, a vagabondare, o ogniqualvolta debbano girovagare senza uno scopo (credetemi, ce l’hanno). Dove potrebbero imparare, se le loro città li guidano verso un altro tipo di movimento, quello lineare, via dal viaggio non strutturato verso quello intenzionale?

Passando ad altro, oggi ho esaurito il trasporto pubblico con l’ultimo tipo di mezzo: il moto-taxi. Sono andata dal Victory Monument al Rajadamnern, per vedere  la Muay Thai, attraversando delle strade enormi inclinati ad angolo acuto, e insinuandoci tra le auto a una velocità formidabile. Essendo traballante persino in bicicletta, è stata un’esperienza terrificante, e ho avuto un sacco di tempo per riflettere sulla mia abitudine di non fare l’assicurazione di viaggio. D’altra parte, in generale vivo la vita secondo il principio che si può fare qualsiasi cosa, per quanto rischiosa, indipendentemente da quanto incompetenti o inesperti si è, e che, fintanto che si è super-cauti, se ne dovrebbe uscire intatti. Mi sono stretta al mio autista, e naturalmente è andata bene. Persino quando abbiamo saltato delle buche e abbiamo dovuto aggirare la protesta delle camicie gialle, che durava da almeno 24 ore di fila.

La Muay Thai era straordinaria, anche se non ho visto né sangue né KO. (Speravo in entrambi.) L’abilità, i calci in faccia, i corpi elastici di uomini molto giovani: in un primo momento ho pensato alle eventuali somiglianze tra guardare questo tipo particolarmente violento di boxe e, poniamo, lo stupro di gruppo, ma poi ho capito che per la maggior parte delle persone presenti l’interesse stava nelle scommesse, non nei combattimenti.

Oggi ha piovuto furiosamente. La città vecchia ha proporzioni molto europee e, con le griglie d’acciaio sulle vetrine dei negozi e gli strettissimi marciapiedi rotti, sembra ancora più simile a Lisbona.

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