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diario da Bangkok – giorno 2

11 agosto 2011

… continua da qui.

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Bangkok, giorno # 2
Lunedì 13 giugno 2011, 00:04

Se ieri era il giorno del trasporto pubblico, oggi è stato il giorno dello scialo.

Siam Square, tre grandi gallerie di negozi intessute intorno allo Skytrain, e alcuni dei più lussuosi ettari di centri commerciali che abbia visto nella mia vita. Se ieri tutto ruotava intorno alla Croazia e alla litoraneità, oggi si parla di un certo tipo di capitalismo.

Stavo per andare a vedere la muay thai, ma ho cambiato idea e sono andata al Bangkok Art and Culture Centre, perché domani sarebbe stato chiuso. È stato eccellente. L’arte thailandese è destinata a diventare ottima e il centro è stato sicuramente fantastico. È aggiustato come una specie di centro commerciale delle arti, con piccoli spazi individuali dedicati a singoli artisti o attività (gallerie, progetti artistici), che per come la vedo io è un’idea originale, e oltretutto veramente buona. Naturalmente c’è un carrettino dove fanno il caffè, proprio lì al quarto piano, e un progetto artistico sotto forma di negozio di torte e gelati. Ovunque c’erano bambini che correvano, e poi un murale panoramico. L’esposizione di Sittichai per il Festival del Turismo, una celebrazione delle ceramiche tradizionali thailandesi, è stata organizzata come un piccolo giardino, con musica pop a tutto volume, e vasi e statue d’argilla disposti ordinatamente tra le piante. Su una delle opere, una serie di zebre rettangolari, ci si può sedere. Ragazzini di nuovo, dappertutto. Quello che mi piace in tutto ciò (e mi piace un sacco) è che il divertimento è parte integrante del modo in cui è organizzata l’arte in Thailandia, ma in maniera naturale piuttosto che progettata per “acquisire un pubblico”: si capisce dal modo in cui è scoordinata, e non unificata nel design. Pop e panche-zebra. Si capisce dal modo in cui i bambini corrono intorno a tutta quell’Arte e Cultura. È un approccio che la Croazia non recepirà neppure in un milione di anni – noi e la nostra amara serietà quando ci confrontiamo con robe culturali. Ma io ho lasciato la Croazia troppo presto per essere infettata da questa particolare amarezza, così ho mangiato un brownie concettuale all’erba verde e poi ho vagato per centri commerciali per una serata intera.

Ho messo da parte Dubravka Ugresic e sono tornata al secondo libro della mia lista, cioé Orientalismo di Said: ora come ora è più pertinente.

C’è qualcosa di incredibilmente eccitante qui in quest’urbanizzazione in 3D: sembra essere un assemblaggio dei seguenti elementi: centri commerciali multipiano, trasporti pubblici sopraelevati, percorsi pedonali aerei (necessari per attraversare strade gigantesche), e una coltura di bancarelle (vale a dire, semplicemente, che immagino che qui non ci voglia un sacco di sforzo burocratico per metter su una bancarella sul ciglio della strada). È estremamente eccitante. Più che delle linee, crea un volume di spazio pubblico, ma in un modo che, in realtà, semplicemente moltiplica in verticale ciò che già esiste al livello stradale, ovvero una sorta di superficie di attività commerciale, piuttosto che una linea.

Barrie Shelton, nel suo libro Learning from the Japanese City, suggerisce che l’intera urbanistica del Giappone è radicalmente diversa dall’urbanistica occidentale a causa della differenza nei sistemi di scrittura, e che mentre una concepisce la composizione attraverso l’area, l’altra la costruisce attraverso la linea. Capisco che cosa intende, ed effettivamente si applica anche a Bangkok, ma mi disturba a causa del suo forte orientalismo, perché la potente dicotomia sembra creare generalizzazioni enormi e non corrette sia sull’Asia che sull’Europa.

La città medievale europea funziona certamente come superficie commerciale, piuttosto che come un insieme di linee, come la maggior parte delle città del Mediterraneo in tutte le epoche. Ho trovato molto difficile, e contro-intuitivo, organizzare il mio orientamento spaziale in linee, e ho riscontrato questo problema sia nelle città anglo-sassoni che in Europa centrale (Zagabria, per esempio). Un sistema di strade rettilinee e isolati di dimensioni regolari è sicuramente più logico, nel senso che è più facile da trasporre in un altro sistema a sé stante (un foglio elettronico, una mappa), ma ciò che un orientamento in base all’area perde in traducibilità, lo guadagna in sentimento. È molto più facile avere consapevolezza della propria strada in una zona che è organizzata in modo alquanto uniforme, di quanto non lo sia in un tessuto urbano in cui trovarsi due strade più giù di dove si dovrebbe essere trasmette un carattere urbano completamente diverso. Sono convinta che tutti questi luoghi siano congruenti in modo assai semplice, che non esista una particolare dicotomia Est-Ovest qui. Come spiegare altrimenti il ​​fatto che il mio primo giorno da sola a Bangkok ho gironzolato con assoluta disinvoltura senza una cartina, cosa che ancora non sono in grado di fare a Londra, pur essendoci stata cinque-sei volte? A Londra (o Melbourne, o Zagabria), l’uniformità della strada si estende troppo lontano per me, e il fatto che lo stesso quartiere, attraversato due strade più a nord o più a sud, sia un luogo completamente diverso, mi innervosisce soltanto. Bangkok è facile: le periferie sono sequenze di giri, il centro è percorribile e composito.

Questa mattina il canale locale ha esondato, e ci ha infradiciato le scarpe, che avevamo lasciato fuori dalla porta, nel patio. È tutto ok – a Venezia era lo stesso. Bang, dice Sittichai, significa “alveo di piena”. Molti quartieri di Bangkok ce l’hanno nel nome: il nostro sobborgo, per esempio, Bang Na.

Sullo Skytrain per la città, le scarpe bagnate, vedo i miei primi stranieri, la cui origine si può ricostruire fin quasi al comune di provenienza. La donna smilza e bionda vestita in modo estremamente sobrio di beige e nero che sembra non aver mai avuto rapporti sessuali soddisfacenti in vita sua, è tanto chiaramente nord-americana quanto la ragazza bionda col vestito rosa brillante dalla scollatura fuori luogo viene dalla Gold Coast. Poi ci sono uomini in pantaloncini kaki e zaini, anglosassoni che cercano di sembrare terribilmente determinati quando il massimo che faranno per tutto il giorno è andare a spasso per la città: quella fastidiosa, cupa etica lavorativa che rovina loro le vacanze, e non è diversa dall’impulso, una volta che si è qui, di stabilire un avamposto dell’impero, giusto per dar l’idea di far qualcosa.

Sulla principale strada turistica, dove mi siedo a guardare i turisti e bere Singha, una coppia francese sta discutendo furiosamente: per essere precisi, la donna sta riversando una raffica di sommessi rimproveri al suo ragazzo intento a ruminare noodle – l’intimità è proprio quella di un rapporto sessuale. Non ho mai viaggiato in compagnia, e non vedo alcun motivo per cominciare ora. La giornata è bella. Sembra che Bangkok attiri due tipi di turisti: uomini anziani soli, e coppie. Formano facilmente gruppi omogenei più grandi. Pantaloni alla turca e tatuaggi all’henné. Mi chiedo di cosa possa discutere una coppia in una domenica così bella. Mi chiedo perché la gente vada in Thailandia. A parte me, non si vede una donna caucasica single in tutta Bangkok. Mi chiedo chi sia a trascinare qui le coppie: l’uomo o la donna?

Oggi mi è prepotentemente tornata in mente Lisbona, e passo la giornata cercando di capire se si tratta di qualcosa di semplice – per esempio essere in un luogo straniero che è più caldo di casa. In una certa misura lo è certamente. (Mi rendo conto che sono una turista aspirazionale: vado sempre in posti più costosi e più sviluppati, ed essi tendono ad avere un clima più fresco.) Ma ci sono altre piccole cose: i centri commerciali, la dipendenza dai taxi, il treno supermoderno. L’infrastruttura. Entrambi i posti manifestano l’assenza di infrastrutture di medie proporzioni: c’è il pubblico XXL, e il privato XXS. Strade, centri commerciali e progetti di trasporto pubblico enormi; bancarelle, taxi e ristoranti minuscoli. Nel mezzo, nulla. L’aeroporto è bello, ma disfunzionale: architettura pura, chiaramente costruito con un solo decisore. Questa assenza della scala di mezzo, che sembra aver generato la vivacità in 3D (le bancarelle e i centri commerciali), pare rappresentare un governo centralizzato a lungo termine, o solo una breve storia di democrazia partecipativa, oppure una storia totalitaria. Non vi è alcuna progressione lineare attraverso le proporzioni, che sarebbe una rappresentazione tangibile – visibile – di un graduale rafforzamento della classe media. In un certo senso, non vi è alcuna differenza di effetto paesaggistico tra dighe e autostrade cadute dall’alto nel comunismo, e i centri commerciali nel capitalismo.

Mi sto divertendo al di là di ogni aspettativa qui. Ho trovato giovani designer locali, parrucchieri di tendenza (che mi hanno fatto un taglio di capelli asiatico: uguale a prima, ma più angolare e con più lacca). C’è una Kinokuniya e un Muji. Nei centri commerciali di lusso, ho finalmente trovato quei ragazzi che vengono a studiare in Australia, e i loro genitori. I ricchi ricchi. Continuo a pensare che a Carl sarebbe piaciuto qui – la combinazione di sregolatezza e di fine design. A me sicuramente piace la promessa di lavoro entusiasmante e divertimento esaltante. Mi chiedo se i giovani thailandesi siano già allo stadio in cui si diventa appassionati e protettivi della propria cultura vernacolare (bancarelle, tuk tuk, caos), godendone mentre irrimediabilmente già non sono più parte di essa. Lo vedo sia in Croazia che in Portogallo, una mitopoiesi del presente-che-svanisce-nel-passato del proprio Paese, e mi sembra un chiaro segno di qualcosa che sta morendo. Allo stesso tempo, però, è come vedere un intero Paese in fase di gentrificazione, e tutte le cose che subiscono questo processo sono magnificamente vivaci.

Una cosa che non ho menzionato: i soldi mi confondono. Non tanto il tasso di conversione, perlomeno non in termini assoluti, ma la conversione in termini relativi. Le differenze tra i prezzi sono sconcertanti. Un spiedino di qualcosa da una bancarella potrebbe essere sui 10 baht, una portata in un ristorante 200 baht. Una corsa in taxi viene circa 100 baht, ma una ceretta alle gambe veniva 500. Anche il mio taglio di capelli veniva 500, mentre un top ordinario da Muji costava più di 2.000 baht. Il mio yogurt della colazione viene 16 baht. Un biglietto semplice dell’autobus costa 24 baht, ma una corsa in traghetto costava solo 3,5 baht (fino a quel momento non sapevo nemmeno che i baht avessero i centesimi). La gamma è enorme. Chiaramente, il divario tra ricchi e poveri qui è spropositato, ma non sembra polarizzato; non riesco a individuare la linea di demarcazione.

E il modo in cui sorridono, persino i mendicanti – al punto che è difficile prendere sul serio le loro richieste di denaro. Alle 7 di sera un ragazzo era seduto sulle scale che portano allo Skytrain, con un bicchiere di plastica. Era difficile dire se stesse accattonando, o semplicemente si stesse divertendo.

Il mio tassista oggi in un primo momento sembrava cieco: sembrava sentisse le cose prima di trovarle; ma guidava bene, e mi sono accontentata di supporre che avesse un sesto senso molto acuto. Poi ho notato uno schema motorio (una sequenza molto rapida di sfregamento del ginocchio, accarezzandomento della pancia o grattata del pacco, colpetto sulla leva del cambio, poi due botte leggere sul tassametro), e ho presunto che invece fosse un rituale magico, un incantesimo. L’unica forma di trasporto che devo ancora provare è il moto-taxi. Sittichai ha detto che non è troppo sicuro. “E poi, sembrerebbe inopportuno. La tua gonna è troppo corta.” Due restrizioni per me a causa di non femminilità e decoro. Dio lo benedica.

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