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Migranti e Turisti

4 aprile 2011

Le analogie tra viaggiare per piacere e viaggiare per necessità.

Negli ultimi anni sulle spiagge delle Isole Canarie e in altri luoghi intorno al mondo sono avvenuti strani incontri. Turisti rilassati intenti a prendere il sole si sono improvvisamente trovati di fronte dei profughi: figure esauste, incrostate di sale e vestite di stracci, che in alcuni casi avevano appena percorso fino a mille miglia nautiche in piccole imbarcazioni di legno. Nessuno, osservando tali incontri, concluderebbe che questi due gruppi possano avere qualcosa in comune: cosa potrebbe collegare un vacanziero, qualcuno che ha abbastanza soldi per pagarsi un paio di settimane di vacanza in un altro Paese, con degli emigranti che hanno lasciato i propri Paesi in cerca di lavoro perché a casa non riescono a vedere un futuro per se stessi?

Eppure, delle ricerche sul turismo negli Anni Sessanta hanno indicato che turisti e migranti forse hanno qualcosa in comune, vale a dire il motivo di fuggire, sotto auspici piuttosto diversi, ma in realtà speculari: un gruppo fugge dai vincoli di una vita quotidiana fin troppo prevedibile, mentre l’altro fugge perché desidera una vita quotidiana così prevedibile.

Quindi, forse, l’incontro sulle spiagge delle isole di vacanza non è così privo di senso e casuale come può sembrare a prima vista. Nell’era della globalizzazione, ci sono tutta una serie di sovrapposizioni tra turismo e migrazione. A un esame più attento vediamo che entrambi gli esemplari sono fenomeni piuttosto paradossali: mentre, in un certo senso, sono viaggiatori, queste persone mettono anche in discussione l’idea di viaggio. I turisti sono viaggiatori? È certamente vero che salgono a bordo di una qualche forma di trasporto e si trovano alcune ore più tardi in un posto diverso, ma questo luogo non è estraneo per loro. Hanno sentito storie su di esso, forse hanno letto su di esso in una guida. Conoscono il luogo dalle fotografie negli opuscoli di viaggio, tutte intrise di sole. Inoltre, là ci sono persone che li attendono, i letti sono sempre rassettati e pronti per i turisti, i programmi di viaggio preparati, la gente del luogo disposta a esibire di fronte ai visitatori i tesori della propria cultura. Eppure, nonostante il fatto che ci sia una lunga storia di viaggi organizzati, i turisti ancora si aspettano una certa “autenticità”, qualcosa di particolarmente spagnolo o particolarmente marocchino, per esempio. Dal momento che proprio a causa del turismo questa “autenticità” si può trovare sempre meno, essa viene invece presentata come una rappresentazione, per soddisfare una generalizzata visione turistica del Paese.

I turisti, poi, sono già lì ancor prima di arrivare. Sono già presenti, anche quando sono assenti. Una distinzione enfatica quindi viene spesso fatta anche tra il turista e il viaggiatore. Viaggiare è sicuramente considerata una cosa positiva: amplia gli orizzonti. L’immagine dei turisti, tuttavia, è tutt’altro che positiva. Il viaggiatore colto ama dissociarsi dalle “orde di turisti” – i turisti sono, come sappiamo, sempre altre persone. Negli Anni ’60, dopo che le prime ondate di turismo di massa si erano riversate sull’Europa, molti critici vedevano i turisti come barbari che affluivano a frotte in altri Paesi. Oggi, questa immagine è stata trasmessa agli immigrati. I migranti, tuttavia, sono raramente considerati viaggiatori, ma sempre e solo persone che sono attualmente o potenzialmente presenti. Tuttavia l’emigrazione non è mai alimentata esclusivamente dalla pura necessità, ma anche dal desiderio di prospettive migliori accoppiato con una vasta gamma di fantasie su una terra del futuro, una terra dove tutto sarà migliore.

Proprio come avviene per i turisti, l’immagine del luogo altro è spesso alimentata dai racconti di coloro che sono già stati lì. Un’altra cosa che l’impresa migratoria ha in comune con la visita turistica è un’immensa pressione perché riesca: il viaggio deve avere successo. A nessuno piace, alla fine di una vacanza, ammettere che il servizio è stato mediocre, il paesaggio monotono, e, per coronare il tutto, che si è anche passato tutto il tempo a litigare con il proprio partner. Quindi, le storie che gli emigranti raccontano quando tornano nei loro Paesi d’origine sono sempre storie di successo. Si glissa su lavori miserabili, alloggi scadenti e razzismo, poiché il loro reddito, per quanto magro, è comunque abbastanza per far mettere loro in mostra un certo benessere “a casa”. Questo alimenta le fantasie di coloro che sono rimasti indietro. Inoltre, le immagini dei media che presentano posti come l’Europa come un paradiso di beni di consumo accessibili sono presenti continuamente al giorno d’oggi, e raggiungono ogni casa.

Nei giorni in cui i Paesi reclutavano “lavoratori ospiti”, le persone in cerca di avventura avevano ancora la possibilità di formarsi legalmente una propria impressione del Paese dei loro sogni. Oggi vi è quasi totale libertà di movimento in Europa, ma – almeno ufficialmente – gli europei non vogliono altri immigranti provenienti dal mondo al di fuori dei confini Schengen. L’Europa sta costruendo un alto muro intorno a sé, e non rifugge neppure dal collaborare con i dittatori nella lotta contro l’immigrazione. Più alto costruisce il muro, meno realistiche diventano le fantasie dei futuri emigranti. Si sentono tagliati fuori dalla vita reale, tutto intorno a loro sembra patetico e noioso. In Europa, però – ecco dov’è che le persone vivono realmente…

Così oggi l’Europa sta portando avanti un vivace “commercio di illusioni” – una felice espressione coniata dal marocchino Mohamed Khatchani, ricercatore sulle migrazioni. Non solo le sue mura difensive incoraggiano le fantasie, ma i muri stessi sono abbastanza porosi. Come prima cosa, l’immigrazione non può in nessun caso essere completamente controllata; poi, ci sono un certo numero di porte sul retro che i singoli Paesi continuano a mantenere aperte perché gli immigrati sono essenziali per l’economia. Si può quindi a ragione affermare che, nell’era del neoliberismo, si sta perseguendo una politica di immigrazione clandestina che garantisca che i potenziali emigranti perseverino nel fare la fila, per così dire, dinanzi alle porte d’Europa, e che una volta arrivati nella stessa Europa abbiano in genere una situazione di residenza insicura.

Questo sistema di organizzare l’immigrazione assicura che le migrazioni acquisiscano, in maniera perversa, analogie con il turismo. Chi vuole venire in Europa da un Paese dell’Est europeo non comunitario o da un Paese arabo di solito deve avvalersi dei servizi di un esperto: ha bisogno di un trafficante, o come vengono chiamati – in modo niente affatto irrealistico – nel gergo degli aspiranti emigranti, un “tour operator”. Nella maggior parte dei casi questo operatore otterrà per l’emigrante un visto turistico – la porta principale oggigiorno per immigrare in Europa. Durante il cosiddetto “scandalo visti” in Germania nel 2004, emerse che c’erano agenzie di viaggio fasulle come quella a Colonia che offrivano pacchetti-vacanza inesistenti per gli ucraini, permettendo loro di ottenere i visti. Tuttavia, chiunque non riesca a trovare i soldi per questo tipo di visto – molte persone provenienti dall’Africa sub-sahariana, per esempio – è costretto a prendere la strada che attraversa le frontiere. Ciò è estremamente pericoloso, poiché si passa attraverso molti Paesi facendo molte soste. Di conseguenza, nel corso degli anni, lungo le rotte di migrazione attraverso il continente africano è sorta un’infrastruttura paraturistica: snodi chiave, come Agadez in Niger o Tamanrasset in Algeria, offrono ogni tipo di sistemazione e consulenza.

Se gli immigrati “illegali” come questi alla fine arrivano effettivamente in un Paese dell’Unione Europea, o in alcuni dei suoi Paesi partner di cooperazione internazionale lungo il confine, e se sono catturati nel corso di verifiche o controlli, di solito sono internati temporaneamente. È una crudele ironia che, in giro per l’Europa, gli edifici che precedentemente facevano parte delle infrastrutture turistiche ora sono utilizzati per l’internamento dei rifugiati. In Croazia, per esempio, il campo di detenzione chiuso per “illegali” è ospitato nel Jesevo Motel, un basso edificio abbandonato vicino a un distributore di benzina sull’autostrada Zagabria-Belgrado. Una delle strutture più importanti per la “detenzione temporanea” dei rifugiati in Italia, il campo di Bari, consiste di roulotte parcheggiate sulla pista di atterraggio di un ex-aeroporto militare. A Düsseldorf la cosiddetta “struttura di prima accoglienza” per i rifugiati è sulla ex-nave da crociera Siesta, ormeggiata nel porto industriale della città. Questo tipo di alloggi di fortuna (alberghi, roulotte, tende; spesso, in Germania, anche container) nei punti di transito (fiumi, coste, aeroporti) sono predisposti per rendere chiaro ai loro abitanti che proprio non dovrebbero arrivare nel Paese, e che in realtà appartengono a un altro luogo. Alloggi di fortuna come questi sono parte di un’infrastruttura di mobilitazione, o dell'”assenza presente” menzionata sopra.

Quindi, mentre i turisti sono già presenti anche quando sono assenti, i migranti, anche quando si sono stabiliti in un Paese, sembrano essere assenti nonostante la loro presenza: apparentemente appartengono altrove. Questo stato di “assenza presente” è evidente anche dando un’occhiata ai Paesi di emigrazione in termini di singolare incrocio tra turismo e migrazione. La migrazione è solitamente considerata dal punto di vista del Paese d’immigrazione, eppure gli emigranti hanno un enorme ruolo da svolgere anche nei rispettivi Paesi di origine. Molti hanno investito in patria e la quantità di capitale che affluisce in questi Paesi dagli immigrati è enorme. In Marocco, ad esempio, costituisce attualmente circa il 10% del PIL nazionale. Molti degli emigranti di “prima generazione” degli Anni Cinquanta e Sessanta hanno acquistato immobili o costruito case “al Paese”. Inizialmente avevano intenzione di andare all’estero solo per un paio di anni e poi tornare a casa una volta che si fossero imbottiti le tasche.

Comunque, per molte ragioni, questo non è ciò che è accaduto solitamente. I figli di questi migranti, nati nel nuovo Paese, tornano nella patria dei genitori solo per delle vacanze prolungate. Prendendo di nuovo come esempio il Marocco, nei mesi di luglio e agosto in tutta l’Europa Occidentale si assiste a un esodo virtuale, mentre le macchine stracolme dei Marocains résidents à l’étranger – MRE, come sono ufficialmente chiamati gli emigranti in Marocco – si mettono in marcia, avanzando pesantemente giù per la costa mediterranea della Spagna fino ad Algeciras, dove prendono il traghetto. Tre quartieri nella periferia della città portuale di Tangeri – Idrissia, Mabrouka e Hammet Belgique – che per i restanti dieci mesi dell’anno sono deserti come destinazioni turistiche in inverno, rivivono in questi mesi estivi.

Fondamentalmente, questi quartieri non si trovano più a Tangeri, ma da qualche parte in Europa: sembrano più periferie non riconosciute di Amsterdam, Bruxelles o Madrid. La gente qui può avere rapporti con i membri della propria famiglia e con gli amici che vivono nelle vicinanze, ma non giocano quasi alcun ruolo nella vita quotidiana della zona. Si potrebbe descrivere il senso dello spazio dei residenti come “intimità turistica”. Sono “intimi” con l’ambiente circostante nel senso che condividono con i propri vicini un’origine comune, la maggior parte di essi parla la lingua, e in una certa misura partecipano alla vita di famiglia lì, ma, allo stesso tempo, come i vacanzieri, sono solo temporaneamente presenti, e sono considerati dalla gente del posto come visitatori provenienti dall’Occidente – come persone che portano con sé soldi e facili costumi.

Quindi le coordinate di vicinanza e lontananza si confondono in questo stato paradossale di assenza presente – uno stato che è apparentemente abbastanza tipico delle condizioni di vita nel mondo globalizzato. Un simile, complementare, spostamento del confine apparentemente ben delineato tra turista e migrante si può verificare anche tra i turisti – di nuovo, non lontano da Tangeri. In Spagna, sulla Costa del Sol, indubbiamente una delle più grandi aree al mondo costruite a scopo appositamente turistico, un gran numero di vacanzieri fa surf, mangia e prende il sole. Il turismo in zona tendeva a essere riservato alle “grandi vacanze” – i visitatori in genere soggiornavano per due o tre settimane d’estate – tuttavia, la stagione turistica è diventata più flessibile. Con l’avvento delle “compagnie aeree  a basso costo”, la popolazione di molte città in giro per l’Europa ora aumenta notevolmente durante i fine settimana. Allo stesso tempo, uno sguardo al catalogo di un qualsiasi agente immobiliare rivela che vende abitazioni non soltanto nelle sue immediate vicinanze, ma anche, per esempio, in Costa del Sol: molti tedeschi, scandinavi, austriaci e inglesi possiedono appartamenti in Spagna dove si recano più volte l’anno o vivono durante l’inverno oppure passano tutto il periodo dopo la pensione. In Gran Bretagna il numero di coloro che hanno acquistato una casa in Spagna dove trascorrere il pensionamento è stimato a 700.000 – una categoria di emigranti in buona fede.

Conseguentemente, il modello “hotel-fortificazione” concentrato lungo la costa spagnola è stato sostituito da un esteso accumulo di cosiddette “urbanizzazioni”, insediamenti specifici per i residenti provenienti dall’Europa occidentale che vi possiedono proprietà. Queste urbanizzazioni sono tutte pianificate e costruite dagli imprenditori sulla base dello stesso modello: le case sono sempre disposte in una sorta di struttura a villaggio, chiusa al mondo esterno, senza collegamenti con altre urbanizzazioni, ma collegata alla strada principale più vicina. Anche se gli imprenditori cercano di imitare la struttura di un villaggio, non ci sono spazi comuni all’aperto: nessuna piazza, nessuna chiesa, nessun monumento, spesso addirittura nessun pub. In ogni caso, l’allarmante rumore di fondo della realtà sociale (come conflitto di classe, criminalità, o problema dei senza tetto) rimane fuori e, di conseguenza, questi posti esistono senza una memoria. Sono dominati dalla totale assenza di memoria. Le facciate sono sempre nuove, le forme d’esistenza del tutto private, la vita qui non ha momenti clou né difficoltà.

Ciò non significa che in posti come questi non vi sia una comunità: gli inglesi, gli olandesi e i tedeschi in genere si accompagnano ai loro connazionali, nelle zone turistiche europee esistono delle vere e proprie “società parallele”. In questo modo vogliono conservare un modo di vivere che da parecchio nei loro Paesi d’origine si sta disintegrando – di questi tempi nessun pub in Inghilterra è tanto “inglese” quanto quelli in alcune zone costiere della Spagna. Eppure, anche se i residenti in questo senso restano uniti, i loro rapporti rimangono caratterizzati da una certa mancanza di familiarità, poiché a livello personale quasi nulla conoscono del passato dei loro vicini, tanto è vero che qui molte persone reinventano completamente la propria storia.

I residenti hanno un rapporto piuttosto distaccato con il loro ambiente immediato. La maggior parte di loro in realtà ha fatto qualche tentativo per imparare lo spagnolo, ma per lo più questi tentativi si sono conclusi con un fallimento. Raramente hanno qualsiasi tipo d’interesse per gli affari politici locali della comunità, e molti non vi sono nemmeno ufficialmente registrati come abitanti. Questi residenti volano “a casa” frequentemente, così spesso che alcuni ricercatori, di fronte a un così alto grado di mobilità, si sono visti costretti a respingere il concetto di residenza permanente. In effetti, queste urbanizzazioni non hanno quasi alcun legame con la vicina Malaga, mentre invece i loro collegamenti sono piuttosto con luoghi da qualche parte in Austria o in Norvegia.

Anche questi residenti sono assenti presenti. Come ha scoperto Karen O’Reilly studiando i residenti inglesi nella città di Fuengirola sulla Costa del Sol, essi quasi mai fanno riferimento alla loro ubicazione per nome: né il nome della regione, né  alcun nome concreto di città. Invece si parla sempre di “Spagna”. Sostanzialmente non vogliono vivere davvero in un luogo concreto, ma sullo sfondo del proprio concetto di una perfetta e soleggiata utopia ricreativa. A differenza delle persone che stanno fuori dalle mura della Fortezza Europa bramose di entrare, gli stranieri sulla Costa del Sol sarebbero effettivamente in condizione di realizzare il loro sogno di una vita migliore in un altro Paese, ma, poiché com’è realmente questo Paese non somiglia alla loro idea di esso, l’ignoranza diventa l’elisir della vita di successo.

L’Europa traffica in illusioni, dice Khatchani, il ricercatore sulle migrazioni marocchino, e sono le illusioni che spingono sia i migranti che i turisti, e la mobilità in generale, nel processo di globalizzazione. Molte persone non sono più stabili, ma non sono neppure nomadi. Vivono in diversi luoghi nello stesso momento, nello strano e paradossale stato di assenza presente. In questo modo si creano rapporti completamente nuovi tra vicinanza e distanza: la psicogeografia si è emancipata dalla topografia. Uno sguardo alla mappa non può più garantire un quadro adeguato delle distanze reali: le brevi distanze – basta guardare allo Stretto di Gibilterra – a volte sono quasi insormontabili; d’altra parte, luoghi molto distanti tra loro possono anche essere molto ravvicinati, o addirittura sovrapposti. Un mélange di mura e collegamenti di trasporto, fantasie e voli, luoghi e non-luoghi, ricordi e amnesia, ecco la “geografia” sociale contemporanea del continente europeo.

Alla fine ci troviamo di fronte alla questione di come può essere modellata la democrazia in una comunità sempre più popolata da soggetti transitori. Oggi incontriamo ovunque persone che, per ragioni del tutto diverse, non hanno possibilità di partecipazione – forse perché sentono, o vogliono continuare a sentire, di essere “vacanzieri” o “ospiti”, o perché, come molti migranti, viene rifiutata loro l’appartenenza a una comunità nazionale e quindi non vivono attualmente nel luogo in cui sarebbero in grado di esercitare i loro diritti civili. Lo status di piena cittadinanza, investito di tutti i suoi diritti, è tradizionalmente basato sulla condizione di residenza stabile. In questo senso, i turisti e i migranti sono le forze centrifughe della società e, effettivamente, sarebbe presuntuoso cercare di integrare queste forze centrifughe in un’epoca di globalizzazione. Il compito per il futuro è quello di sviluppare idee per una nuova forma di democrazia che consenta una partecipazione in movimento.

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Questo articolo, a firma Mark Terkessides e tradotto da Collins Charlotte, è apparso su Fikrun wa Fann e la versione in inglese, Migrants and Tourists, è disponibile a questo link.

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