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itinerario nel Romanico aquilano (parte 1)

17 dicembre 2010

Questo è un itinerario di circa mezza giornata, che abbiamo fatto in macchina subito dopo Ferragosto.

Da Roma, si deve seguire l’autostrada A25 in direzione Chieti – Pescara fino a Bussi – Popoli e da lì imboccare la SS153 in direzione L’Aquila fino a Navelli, dove ci si immette sulla SS17. Il bivio per Caporciano (SP40) si trova sulla sinistra dopo circa 4 chilometri e, per raggiungere la frazione di Bominaco, bisogna attraversare Caporciano e proseguire ancora sulla SP40 per un paio di chilometri (comunque i cartelli sono molto chiari e ce ne sono parecchi).

Bominaco è un piccolo borgo di origine medievale a circa 900 metri s.l.m., noto per un complesso benedettino del X sec. di cui restano oggi a testimonianza la Chiesa di Santa Maria Assunta e l’Oratorio di San Pellegrino (di cui avevo parlato un po’ in questo post), entrambi costruiti su un’altura fitta di pini.

Nelle vicinanze si ergono i ruderi di un antico castello, distrutto dal condottiero Braccio da Montone nel 1424, che però non abbiamo visitato.

La maestosa Chiesa di Santa Maria Assunta è l’edificio principale, la chiesa abbaziale, probabilmente risalente alla fine dell’XI sec., nella cui edificazione furono utilizzati marmi ed elementi di costruzioni romane probabilmente provenienti dall’antica Peltuinum.

La semplice facciata è interrotta da un solo portale con architrave e archivolto decorati e da una monofora arricchita da quattro leoni aggettanti.

Sul fianco sinistro, completamente spoglio eccetto che per quattro finestre e due porte senza alcuna decorazione, si trovava probabilmente il monastero, mentre sul lato destro sia le cornici delle monofore sia l’archivolto del piccolo portale sono riccamente decorati.

Sul retro, tre absidi si elevano da un’alta zoccolatura, quasi sorgendo direttamente dallo sperone di roccia sottostante, e poi si alleggeriscono attraverso dei costoloni e un coronamento ad archetti pensili.

All’interno, diviso in tre navate, l’elemento di maggiore originalità è dato dalle colonne, che presentano capitelli di svariate fogge, ciascuno diverso dagli altri, realizzati con grande dovizia di particolari.

Sul lato sinistro della navata centrale si trova un ambone del XII sec. di chiara scuola abruzzese: sorretto da quattro colonne sormontate da capitelli arricchiti di motivi animali, uno spesso architrave presenta una decorazione a tralcio nascente dalle fauci di un leone.

Nell’abside si trova una cattedra dello stesso periodo, che sul bracciolo destro presenta la figura dell’abate che la commissionò.

L’altare è invece successivo, come pure il ciborio, composto di una copertura a tronco di piramide ottagonale appoggiata su 24 colonnine, che a sua volta ne sostiene altre otto, coronate da una piccola piramide, sempre a base ottagonale.

A completare l’arredo liturgico, sul lato destro si può ammirare un candelabro pasquale del XIII sec., che, specialmente nella figura del leone stiloforo che sorregge una colonna tortile arricchita da un elaborato capitello, richiama l’arte normanna pugliese. 

 

 

Normalmente il complesso abbaziale di Bominaco è chiuso, quindi, prima di arrivare in paese, è consigliabile chiamare il Comune di Caporciano (tel. 0862 93731) per avere il numero del custode. L’ingresso è libero, ma è gradita un’offerta.

Dopo la visita, affamati come dei lupi appenninici, ci siamo fermati a magna’ al ristorante-pizzeria A Bominaco (tel. 0862 93623, e-mail pizzeriabominaco@gmail.com, questa la pagina Facebook), opportunamente situato di fronte alle chiese monumentali: in questo piacevole locale a conduzione famigliare, oltre alle bruschette miste, ci siamo scofanati 6-porzioni-6 di primi piatti, tra cui spaghetti alla chitarra allo zafferano di Navelli (il prodotto più tipico della zona, insieme alle lenticchie di Santo Stefano di Sessanio), buonissime sagnette con pancetta e patate allo zafferano, fagioli con le cotiche (adattissimi al clima ferragostano!) e chitarrina al ragù. Il tutto, compreso vino e caffé, per 50 euri.

Belli satolli dopo il pranzo, abbiamo ripreso la macchina e abbiamo iniziato a salire verso le cosidette “Terre della Baronia“, dove, già a partire da Barisciano, diventano evidenti i danni del terremoto del 6 aprile 2009.

In una mezz’ora siamo arrivati al paese di Santo Stefano di Sessanio, un comune di circa 120 abitanti all’interno del Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga, feudo mediceo dal XVI al XVIII secolo. Già fiorente centro medievale grazie alla pastorizia e al commercio della lana nera “carfagna”, sotto i Medici Santo Stefano di Sessanio raggiunse il suo massimo splendore, come testimoniato dai suoi palazzi in pietra calcarea bianca.

Trattandosi di uno dei paesi più belli della regione (e non a caso membro del Club dei Borghi più Belli d’Italia), dopo un periodo di decadenza dovuta al declino della pastorizia e alla conseguente emigrazione, Santo Stefano è tornato alla ribalta nei primi anni del 2000, grazie agli interventi di recupero voluti dagli amministratori comunali dell’epoca spinti da Legambiente e soprattutto dall’imprenditore italo-svedese Daniele Kihlgren, il primo a credere nelle potenzialità del borgo e a investire in maniera massiccia per la creazione di un albergo diffuso, Sextantio.

 Essendo già stata a Santo Stefano da piccolina, prima del boom turistico legato alla rinascita kihlgreniana, entrando in paese ho avuto un tuffo al cuore. Belle, sì, le case-mura, costruite al limitar del borgo a mo’ di fortificazioni, belle le finestre e le porte con le cornici decorate, belle le loggette, i balconcini, i tortuosi selciati. Bello Santo Stefano di Sessanio. Però, rispetto alla prima volta, mancava qualcosa: forse anche per i nuvoloni carichi di pioggia, ho sentito un’atmosfera diversa, una specie di rassegnazione, dovuta, chissà, al lascito del terremoto.

Il simbolo del paese, la Torre Medicea, così erroneamente chiamata, ma risalente al Trecento, è crollata e per la sua ricostruzione si parla di circa un milione di euri (sul sito del comune di Santo Stefano è possibile trovare tutti i dati per eventuali donazioni). Anche alcune abitazioni sono state danneggiate e ovunque si vedono impalcature e ponteggi a sfregiare l’eleganza delle forme.

Lo stemma della Signoria di Firenze ancora svetta in cima alla porta di sud-est e, con le belle abitazioni quattrocentesche, è quanto di più simile ai borghi della Toscana ci sia a queste latitudini, con la differenza che, invece che dallo srotolarsi delle colline toscane, qui il panorama che fa da sfondo al paese e cattura lo sguardo sono la Valle dell’Aterno e i boschi sugli aspri fianchi del Gran Sasso.

A causa della pioggia che ormai aveva iniziato a scendere copiosa, non siamo scesi alla Chiesa della Madonna del Lago, la cui facciata seicentesca, prima di crollare a causa del terremoto, si rifletteva nel lago sulle cui rive è costruita, ma abbiamo preferito riprendere la macchina e, continuando sulla SP7,  in una decina di minuti siamo arrivati a Calascio.

(continua…)

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